lunedì 17 giugno 2013

domenica 16 giugno 2013

giovedì 13 giugno 2013

Un Santo al mese: Sant' Antonio di Padova



13 giugno
Lisbona, Portogallo, c. 1195 - Padova, 13 giugno 1231

Fernando di Buglione nasce a Lisbona da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione.
E’ novizio nel monastero di San Vincenzo a Lisbona e poi in quello di Santa Croce di Coimbra, dove studia scienze e teologia, preparandosi all'ordinazione sacerdotale che riceverà a ventiquattro anni. Decide di lasciare l'ordine degli Agostiniani perché anela ad una vita religiosamente più severa. Nel 1220 giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi. Ai frati del convento di monte Olivares arrivati per accogliere le spoglie dei martiri, confida la sua aspirazione di vivere nello spirito del Vangelo. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell'abate, eremita egiziano. Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco. È verso la fine del 1220 che s'imbarca su un veliero diretto in Africa, ma durante il viaggio è colpito da febbre malarica e costretto a letto. La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi.
Secondo altre versioni, Antonio non si fermò mai in Marocco: ammalatosi appena partito da Lisbona, la nave fu spinta da una tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Curato dai francescani della città, in due mesi guarisce. A Pentecoste è invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente.
Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, presso Forlì, poi gli viene assegnato il ruolo di predicatore e insegnante dallo stesso Francesco, che gli scrive una lettera raccomandandogli, però, di non perdere lo spirito della santa orazione e della devozione. Comincia a predicare e usa la sua parola per combattere l'eresia (è chiamato anche il martello degli eretici).
Dopo la morte di Francesco Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz'ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova e in due mesi scrive i Sermoni domenicali. A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato. Non solo, tiene testa ad Ezzelino da Romano, che era soprannominato il Feroce e che in un solo giorno fece massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, perché liberi i capi guelfi incarcerati. Intanto scrive i Sermoni per le feste dei Santi, i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui è acerrimo nemico.
E' mariologo, convinto assertore dell'assunzione della Vergine, su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo papa è definito "arca del Testamento". Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua. Per tre anni viaggia senza risparmio, è stanco, soffre d'asma ed è gonfio per l'idropisia, torna a Padova e memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231.
Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella arborea. Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.
A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell'Arcella dove muore in serata. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto.
Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano "guerre intestine" tra il convento dove era morto che voleva conservarne le spoglie e quello di Santa Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire. Durante la disputa si verificano persino disordini popolari, infine il padre provinciale decide che la salma sia portata a MaterDomini.
Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, alcuni documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba, o un piede, recisa, fece ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno, ad una donna riattaccò i capelli che il marito geloso le aveva strappato, rese innocui cibi avvelenati, predicò ai pesci, costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all'Ostia, fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio. Poiché un marito accusava la moglie di adulterio, fece parlare il neonato "frutto del peccato" secondo l'uomo per testimoniare l'innocenza della donna. I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello.
Antonio fu canonizzato l'anno seguente la sua morte dal papa Gregorio IX.
La grande Basilica a lui dedicata sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini.
Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua di Antonio incorrotta, ed è conservata nella cappella del Tesoro presso la basilica della città patavina di cui è patrono.
Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa. (Dal sito santiebeati.it)

mercoledì 12 giugno 2013

UN PENSIERO DI MADRE TERESA ALLA SETTIMANA

Potete pregare mentre lavorate. Il lavoro non impedisce la preghiera, e la preghiera non impedisce il lavoro. Richiede solo che ci si rivolga con la mente a Lui: lo Ti amo, Dio lo ho fede in Te lo credo in Te. Ho bisogno di Te ora. Piccole cose come queste. Sono preghiere meravigliose.

lunedì 10 giugno 2013

GIUGNO: mese del S. CUORE di CRISTO GESU'

PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 9 giugno 2013
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il mese di giugno è tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, massima espressione umana dell’amore divino. Proprio venerdì scorso, infatti, abbiamo celebrato la solennità del Cuore di Cristo, e questa festa dà l’intonazione a tutto il mese. La pietà popolare valorizza molto i simboli, e il Cuore di Gesù è il simbolo per eccellenza della misericordia di Dio; ma non è un simbolo immaginario, è un simbolo reale, che rappresenta il centro, la fonte da cui è sgorgata la salvezza per l’umanità intera.
Nei Vangeli troviamo diversi riferimenti al Cuore di Gesù, ad esempio nel passo in cui Cristo stesso dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28-29). Fondamentale poi è il racconto della morte di Cristo secondo Giovanni. Questo evangelista infatti testimonia ciò che ha veduto sul Calvario, cioè che un soldato, quando Gesù era già morto, gli colpì il fianco con la lancia e da quella ferita uscirono sangue ed acqua (cfr Gv19,33-34). Giovanni riconobbe in quel segno, apparentemente casuale, il compimento delle profezie: dal cuore di Gesù, Agnello immolato sulla croce, scaturisce per tutti gli uomini il perdono e la vita.
Ma la misericordia di Gesù non è solo un sentimento, è una forza che dà vita, che risuscita l’uomo! Ce lo dice anche il Vangelo di oggi, nell’episodio della vedova di Nain (Lc 7,11-17). Gesù, con i suoi discepoli, sta arrivando appunto a Nain, un villaggio della Galilea, proprio nel momento in cui si svolge un funerale: si porta alla sepoltura un ragazzo, figlio unico di una donna vedova. Lo sguardo di Gesù si fissa subito sulla madre in pianto. Dice l’evangelista Luca: «Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei» (v. 13). Questa «compassione» è l’amore di Dio per l’uomo, è la misericordia, cioè l’atteggiamento di Dio a contatto con la miseria umana, con la nostra indigenza, la nostra sofferenza, la nostra angoscia. Il termine biblico «compassione» richiama le viscere materne: la madre, infatti, prova una reazione tutta sua di fronte al dolore dei figli. Così ci ama Dio, dice la Scrittura.
E qual è il frutto di questo amore, di questa misericordia? E’ la vita! Gesù disse alla vedova di Nain: «Non piangere!», e poi chiamò il ragazzo morto e lo risvegliò come da un sonno (cfr vv. 13-15). Pensiamo questo, è bello: la misericordia di Dio dà vita all’uomo, lo risuscita dalla morte. Il Signore ci guarda sempre con misericordia; non dimentichiamolo, ci guarda sempre con misericordia, ci attende con misericordia. Non abbiamo timore di avvicinarci a Lui! Ha un cuore misericordioso! Se gli mostriamo le nostre ferite interiori, i nostri peccati, Egli sempre ci perdona. E’ pura misericordia! Andiamo da Gesù!

Rivolgiamoci alla Vergine Maria: il suo cuore immacolato, cuore di madre, ha condiviso al massimo la «compassione» di Dio, specialmente nell’ora della passione e della morte di Gesù. Ci aiuti Maria ad essere miti, umili e misericordiosi con i nostri fratelli.

mercoledì 5 giugno 2013

UN PENSIERO DI MADRE TERESA ALLA SETTIMANA

L’amore non può essere fine a se stesso: non avrebbe significato. L’amore deve essere messo in azione e quell'azione è il servizio. Una missione d'amore può venire solo dall’unione con Dio. E il frutto di quell'unione è l'amore per la famiglia, l’amore per il proprio prossimo, l'amore per i poveri.

lunedì 3 giugno 2013

In Oratorio ancora non si va in vacanza


Quanta fatica per i nostri ragazzi: chi va a scuola di karate, chi alla scuola di calcio, chi alla scuola di ballo, chi alla scuola … scuola e basta! 
Noi della Redazione ci chiedevamo: sono per caso stanchi ?
Nooooo| Non vi permettete!!! Perché le fatiche delle scuole tra finalissime, saggi e verifiche stanno per terminare, ma in Oratorio ancora non si va in vacanza: c’è l’ESTATE RAGAZZI!
LA REDAZIONE

giovedì 30 maggio 2013

Maria, Madre di Dio (mons. Marco Frisina )

Il culto mariano ha espresso nei secoli capolavori di fede e di amore verso la Madre di Dio. I testi, le preghiere, i canti, le immagini sacre ispirate dalla Vergine Maria colpiscono per la loro bellezza e per quell’originalissimo stupore che li pervade e che apre il cuore al Mistero dell’Incarnazione. Il popolo di Dio ha innalzato cattedrali meravigliose in onore di Maria e la teologia ne ha celebrato le lodi con parole piene di luce e di gioia, manifestando l’amore di ogni cristiano verso Colei che ha fatto risplendere nella sua vocazione il prodigio ineffabile della grazia di Dio.
Maria è veramente il capolavoro della grazia, perché in lei si compie il Mistero di Dio che si fa uomo, del Verbo che si fa carne. In lei vediamo luminosa l’immagine della Chiesa madre dei credenti, splendida come la Gerusalemme celeste, avvolta di sole e coronata di stelle come la donna dell’Apocalisse, trafitta dal dolore come l’Addolorata presso la Croce, adorante e soave presso la culla del Dio Bambino, santa e Immacolata nella sua vocazione di grazia, che schiaccia la testa del Serpente, stupita dinanzi all’Angelo dell’Annunciazione, piena di gioia esultante nell’incontro con Elisabetta, incoronata di gloria e Assunta in cielo alla destra del Figlio. Ogni festa mariana ci mostra un volto di Maria svelando un volto di Gesù, la Madre e il Figlio sono indissolubilmente uniti nell’unico Mistero di salvezza che risplende nella liturgia della Chiesa. Il miracolo di grazia della Vergine Maria viene offerto ai credenti durante tutto l’anno liturgico in una sorta di mirabile ritornello che quasi mensilmente scandisce il cammino di preghiera di tutta la Chiesa.
Già nella preghiera giornaliera l’Angelus rappresenta la scansione gioiosa delle ore del giorno, proprio come la campana che un tempo si faceva udire per rammentarci la preghiera dell’Ave Maria. Il ricordo dell’Incarnazione deve segnare il tempo della nostra esistenza come legame forte al centro della Redenzione, come un mistico orologio che ci rammenta che Cristo è venuto in mezzo a noi.
Anche il Rosario è memoria viva del legame che unisce Maria e Gesù, tutti e due inseparabili nella storia salvifica. La memoria dei misteri di Cristo non può non ricondurci alla Madre, porta santa attraverso la quale questi misteri sono entrati nella nostra storia, via maestra sulla quale Cristo ha voluto venire fino a noi. Questa preghiera semplice è un modo per metterci su questa via, per entrare da quella porta e affacciarci al mistero di Cristo con semplicità e profondità. Ci facciamo accompagnare dalla Madre e dal suo “sì” incondizionato alla volontà di Dio per comprendere Gesù, lasciamo che sia lei a interpretare quei momenti decisivi per la nostra salvezza che il Vangelo ci presenta, chiediamo a Maria di intercedere presso Dio perché Egli apra il nostro cuore ad accogliere con fede il Signore Gesù nella nostra vita affinché porti frutti d’amore e di verità.
La preghiera mariana diviene perciò per tutti noi una necessità dell’anima affannata, una luce per la mente alla ricerca della verità, un sollievo per il cuore tormentato dal dubbio e dalla sofferenza. Rivolgersi a Maria è ritrovare un porto accogliente in cui rivivere la propria fede nella pace, guidati e sostenuti da Colei che ha vissuto per prima la forza creatrice dello Spirito che in lei ha realizzato l’Incarnazione di quel Verbo eterno “per cui tutte le cose sono state create”.
In un tempo storico come quello che stiamo vivendo è necessario ritrovare questa stella che sappia condurci alla meta, occorre che sappiamo riconquistare con profondità ed equilibrio quelle devozioni che forse nel passato sono state vissute con superficialità e sentimentalismo ma che portavano in sé verità profonde e fondamentali. Bisogna evitare di compiere l’errore contrario, ovvero di rinunciare a un’autentica devozione mariana con la scusa a volte di essere così più rigorosamente “cristocentrici”. In realtà l’amore verso Maria nasce solo nei cuori che sanno stupirsi della grazia di Dio e che sanno riconoscerne la necessità nella propria vita. Non si comprende Maria se non si comprende il mistero della grazia divina di cui lei è il capolavoro. I tempi odierni hanno proprio bisogno di riscoprire la bellezza della grazia e nel contempo di vederla luminosamente presente nella sua Chiesa, di cui Maria è l’Icona perfetta. Impariamo, dunque, a celebrare con gioia e amore le feste e le memorie mariane, riscoprendo in esse tutta la bellezza e la forza della Redenzione donataci da Cristo.